Come il diamante prezioso è il tuo dono

Camilla ViscusiArticoli, Riflessioni3 Commenti

Austero alchimista
che hai il cuore nelle mani
Raccontami il sogno
Che negli occhi brami.
Dimmi di quel sospiro.
Di quando la Musa
Ti porge l’invito
E per davvero cala il velo
Ed esplorare ti lasci dalla cucina
E dal suo grembo segreto.
Quieto è il respiro.
Eppure tu all’Ignoto sei davanti
Al mistero che al centro o ai margini del tempo
muta la forma dell’elemento .
Così disponi della vita
ancor prima che sia la morte.
Ascolta Alchimista
E rispondi
Plasmi la morte affinché sia offerta, cura,
preghiera e premura
sapore d’ambra, piacere d’amore
benedizione per chi mangia,
gratitudine per chi si è donato,
integrità innocente e fiera di chi ha cucinato
o perché sia vanto, esaltazione e potere
dominio e guadagno, riscatto
rabbia, spreco e dolore
malattia per chi mangia
castigo per chi si è donato
delirio d’onnipotenza di chi ha cucinato?
E’ tempo di scegliere Alchimista
Il giorno arriva sempre
E non è più così lontano
Hai il cuore nelle mani
Lascia che batta
Che tocchi la materia grezza
Trasmuti la morte in riconoscenza
E liberi l’offerta.
Questo puoi.
Come il diamante
Prezioso è il tuo dono.

Premetto che le mie abilità culinarie equivalgono alla taglia del mio reggiseno che non arriva nemmeno a una prima, diciamo quindi, che a voler essere molto buoni, sono molto scarse.
E’ chiaro allora che il testo che ho scritto a livello pratico, non ha nulla a che fare con me, ma fortunatamente la poesia fa il grande regalo di lasciare entrare e toccare anche alcuni di quegli spazi che chi scrive non ha necessariamente sperimentato e vissuto nel modo in cui ne scrive, ma dai quali magari attraverso un’immagine, una musica, un fiore o un cuoco che mentre cucina viene ripreso e trasmesso in tv, riesce comunque a comprendere e ricevere qualcosa.

Così un giorno in tv ho visto un uomo cucinare e guardare il sale con la stessa attenzione e premura con cui guardava l’orata, c’era differenza tra l’uno e l’altra e lui lo sentiva ma il rispetto era lo stesso, la cura, l’affetto: l’ingrediente principale certo andava esaltato, ma sarebbe stato possibile solo per mezzo di altri preziosi e indispensabili elementi perciò a questi, di lui, non negava niente. L’ho visto toccarli, tutti, non con il freddo distacco di chi mette in pratica le nozioni che ha acquisito, ma con la calda meraviglia di chi accarezza il volto che la notte prima ha sognato, concedendo se stesso ad ogni imperfezione, consistenza e particolare come se avesse il cuore nelle mani e toccando, sapesse, di poter amare, dire, ascoltare, guarire, trasformare. Ed ecco che tutt’intorno, anche se non si sentiva, la musica s’era diffusa, perché lui danzava. Danzava quando con il braccio alzava il coperchio, danzava quando, per sentire il profumo mescolato al vapore, sulla pentola si chinava, danzava mentre da un piano all’altro si spostava, danzava mentre afferrava il coltello e tagliava, danzava un ritmo misterico e segreto, che muove da dentro e nella terra di mezzo accompagna, dinnanzi all’umida visione, lì dove la forma cambia.

Ne sono rimasta incantata. Quello che stavo guardando non aveva nulla da invidiare ad uno spettacolo di teatro, a una danza, una poesia, un canto o un quadro. Quella era arte. Così è bastato un niente e la poesia in me si è svegliata, attratta dai movimenti di quell’uomo, dallo stato in cui era entrato, dal silenzio di cui si era riempito, era al tempo stesso artefice e prodotto del suo stesso incantesimo e, da quello che invisibile non potevo vedere ma riuscivo a sentire, sapevo che in quel momento, non era solo.
Con lui c’era un talento.

Il talento è una grande ricchezza, la sola e unica. E’ qualcosa di talmente radicato nelle profondità pulsanti e latenti di noi stessi da appartenerci e rappresentarci completamente, per intero. Il talento lo immagino come quella cosa bellissima e luminosa che prima di scendere sulla terra Dio ci ha dato dicendo “ questo è tuo e come sta in te non è mai stato e non starà mai in nessun altro, mai. Questo è per ricordarti di me” e chissà quanto amore e quanta luce in quel momento ci hanno accarezzato e baciato gli occhi, chissà se in quel momento abbiamo provato un po’ di dolore e tristezza e forse paura all’idea di stare per andare .. chissà se forse un po’ ingenui e spavaldi a quel punto ognuno di noi avrà pensato “come se mi servisse questo per ricordarmi di Te, ti pare che mi Ti scordo, come potrei, non accadrà mai, sto scendendo apposta per parlare di Te, sarebbe il colmo dimenticarlo, cosa mai andrei a fare laggiù altrimenti … “ e così scendendo, scendendo, scendendo e pesando, pesando, pesando, sempre di più e rimpicciolendo. Quegli occhi su di noi, pieni di amore e di luce sempre più lontani. Dimenticando.
Diciamo che adesso, quaggiù nella migliori delle ipotesi, potremmo essere diventati quelli che dicono “bé ma, secondo me così a naso quarcosa esiste, nun te saprei dì esattamente se sia Dio, boh, me pare tanto strano, però quarche cosa ce sta … te pare.”
E ci siamo anche evoluti per arrivare a dire questo.

Comunque, poi così quasi per caso, può accadere di ritrovarsi ad un certo punto della propria vita, presto o tardi che sia, a fare qualcosa in cui non solo siamo bravi ma in cui siamo in pace. E tutti gli strati dei labirinti si assottigliano così tanto da svanire e allora tutto il resto si espande. E quel ‘tutto il resto ’ è Dio, nel senso di Vita, di Mistero, di Silenzio, di Preghiera, di Creazione, di Resa, di Apertura, di Senso, di Armonia, di Perfezione. Tutto è risolto. Tutto è presente e vivo, compresa la morte. Quel talento è la via che ogni essere umano ha per ricordarsi di Dio e ricordarlo al mondo intero. Nel mentre si esprime e si vive nel talento ciò che si mostra è l’Unione, il combaciare degli opposti, l’aderire perfetto degli estremi e questo scatena qualcosa di sublime che genera una ‘chiamata a casa’ non solo per chi si esprime ma anche per chi guarda, per chi osserva, per chi ascolta, per chi mangia. Una sensazione familiare, che ci riguarda in prima persona che ci scuote al punto da farci credere, per un istante, che forse ci siamo dimenticati qualcosa.
Ognuno di noi ha talento, nessuno escluso. Ognuno di noi ha il compito di e il mezzo per ricordarsi di Dio. Il nostro personale canale di comunicazione con l’immanifesto, con l’invisibile a partire da qui, dal manifesto, dal visibile.

Ed è il talento che salverà questo mondo. Perché è solo attraverso di esso che si può portare l’amore nel dolore, nella sofferenza, nell’ingiustizia, nella devastazione, nella separazione, nell’incomprensione, annullare ogni distanza e riportare Dio nella sostanza. E non occorre eccellere in qualcosa, anche in un semplice gesto può esserci ‘talento’ lo si riconosce perché il mondo visibile si apre e si riempie di simbolismo e allora ogni oggetto, parla, comunica, si fa rappresentante di qualcosa per cui la legge umana può dissolversi mentre si manifesta quella divina.
Reversibilità.
Lo stesso uomo che nega e separa Dio dalla Terra, ha il talento per ricordare e riportare Dio sulla Terra, partendo dalla Terra.

Ho fatto la cameriera in molti pub e ristoranti diversi (in realtà ancora la faccio e anzi, sto cercando lavoro) e in tutte le cucine in cui sono stata c’era sempre un clima di tensione, dissacrante, velenoso, non curante di niente e di nessuno. Questo mi ha sempre lasciata particolarmente sconcertata e recentemente mi è capitata una cosa che mi ha sconcertato ancora di più: stavo aspettando che il cuoco finisse di preparare un piatto di carne e nel farlo, i suoi gesti erano nervosi e duri, lanciava le cose, le sbatteva, aveva la faccia imbronciata e per ogni tre parole che diceva due erano parolacce, riempiva di insulti i suoi collaboratori, i clienti, e l’aria in generale; c’era un clima freddo, volgare, militare, violento, sporco. E di sofferenza. Tutto questo mi sembrava creasse una sorta di cappa invisibile ma percepibile in quello spazio comunque ristretto e avevo l’impressione di respirare quelle cose, quelle parole. Quando poi passandomi il piatto con la carne e le verdure pronte e ben presentate, il cuoco, sempre urlando cose a sproposito, ad un certo punto ha bestemmiato, con serietà e convinzione, e quelle parole, non erano vuote ma cariche di tutto quanto il suo disprezzo e del suo malessere. In quel momento quelle parole le ho viste materializzarsi occupare uno spazio cadere e venire assorbite dalla carne, dalle patate e dalla cicoria nel piatto che tenevo in mano. E’ stato reale. Tanto da sentirmi emotivamente turbata da quello che avevo vissuto, dispiaciuta e appesantita, e mi ricordo di aver guardato quel piatto con la decisa convinzione che non avrei mai mangiato quello che c’era dentro. E provavo anche un leggero senso di colpa nel portarlo a chi, ignaro di come ciò che aveva ordinato era stato preparato, lo avrebbe mangiato.

Qualche tempo dopo lessi che in Messico (ma sicuramente non solo lì) alcune persone mentre cucinano ma anche mentre servono il cibo, cantano parole dolci e pronunciano benedizioni, perché secondo loro, il cibo sente e prende e dona, anche se è carne appartenuta ad un animale che è morto, anche se è un frutto che è stato colto. Inevitabilmente mi è venuto spontaneo ripensare a quello che avevo vissuto in quella cucina … Se fosse così, noi di cosa ci stiamo nutrendo? Cosa cantiamo, che parole pronunciamo mentre cuciniamo? Considerando poi il fatto che le materie prime animali o vegetali che siano, arrivano dall’inferno, e nascono dallo stupro della terra. Gli animali sono costretti a sofferenze e torture terribili, le piante si coltivano su terreni avvelenati senza che il ciclo di crescita e di vita venga rispettato in entrambi, senza un minimo di dignità.

Eppure qualcuno muore, si sacrifica, in modo che qualcun altro viva. E lo lasciamo passare così, senza dargli un minimo di attenzione. E la cucina è il palco sul quale costantemente tutto questo si materializza, tutto ciò che arriva su quel palco è stato sacrificato e preso dalla terra, sono vite spezzate, frutti ed erbe raccolte che vanno rispettate, si lavora a stretto contatto con la dimensione più ignota e controversa dell’esistenza: la morte. Con la quale non si entra in relazione attraverso il simbolo, come accade nelle maggior parte delle altre arti ma attraverso la sua forma più concreta e reale. Chi cucina (e almeno una volta nella vita cuciniamo tutti) nell’istante in cui cucina comunica con tutti gli elementi per trasmutarne altri, smuove le energie, le condensa, le diluisce, le assembla, stando in un luogo di mezzo, senza spazio né tempo, sospeso nel centro di un processo già iniziato, tra ciò che prima è stato e quello che sarà, lì è come trovarsi di fronte ad un grembo materno al contrario, in quel tratto di strada e di mondo che conduce alla porta d’uscita e non di entrata. Ci vuole reverenza e una certa forma di rispetto: si è dinnanzi all’altra faccia della Madre, quella che si riprende le cellule dei propri figli, che distrugge i corpi che Lei stessa ha creato. Cucinando prendiamo parte a questo processo, accedendo a luoghi e visioni sconosciute, venendo a contatto con questo altro aspetto dell’esistenza, più crudo e amaro, più difficile da sostenere, e con tutto quello che ne è parte, prendendoci la responsabilità del dove e del come decidiamo di essere lì. E’ un processo delicato in cui c’è un grande ed intenso scambio di informazioni, si dà ma si prende anche, pure se non ce ne accorgiamo. Non è uno scherzo. Sono corpi (animali o vegetali che siano) che stanno per lasciare la terra (carichi della loro esperienza)per ritornare ad un’unica cellula e poi sparire, qui il visibile e l’invisibile sono più vicini che mai. Quindi è forse possibile che tutto intorno, l’aria, la pelle .. che lo spazio siano più ricettivi e sensibili, allora ecco che alzare un canto, pronunciare una benedizione, stare in uno stato di presenza, di amore, di gratitudine, di rispetto per la fase di passaggio del ciclo di vita-morte-vita in cui si sta camminando,e che comunque ci riguarda, può avere una risonanza importante e potenziata. Come fosse una cerimonia.
Forse è così o forse no ma, nel dubbio, vorrei mangiare un piatto la cui ultima informazione presa dopo tutta la sfilza di esperienze che ha fatto, traumatiche o meno che siano, è una bestemmia oppure una preghiera?

Reversibilità. Mentre quell’uomo cucinava, l’amore provato per quello che stava facendo era una ‘presenza’ talmente impattante da avvolgere tutto, da accarezzare e penetrare tutto. L’amore riporta significazione al sacrificio, dà valore alla morte, riempiendola di nuova vita, di senso, di attenzione, di riconoscenza. E questo fa la differenza. Dà la possibilità di onorare una vita che non è mai stata onorata anche quando sembra che sia finita e questo riporta armonia, equilibrio esalta la materia riempiendola di divino, proprio lì dove è più difficile riconoscerlo.
Quell’uomo non era solo. Con lui in quel momento c’era un talento e, in quel talento, c’era Dio. Forse lui non ci crede, non ci ha creduto e non ci crederà ma quando il cuore naturalmente ama, ricorda e se ne frega.

E’ un discorso che vale per l’arte in generale, l’arte che cura, che guarisce. Nella cucina però c’è qualcosa che me la fa immaginare come la Regina delle arti magiche, in attesa della sua rivoluzione.

E’ un privilegio grande avere un talento che si esprime e vive e pulsa del battito del Suo mistero. Un dono prezioso come il diamante.

3 Commenti su “Come il diamante prezioso è il tuo dono”

  1. Stelio Zaganelli
    Stelio Zaganelli

    Bellissimo il tuo articolo. Ho sempre pensato che il talento e l’arte sono espressione dell’Amore universale, e si dovrebbe insegnare a coltivarlo come un fiore in ogni essere. Nella realtà, in Italia è la prassi ed è difficile capirne la ragione, spesso i talenti vengono negati e porre arte nel fare viene visto come un segno di debolezza o come un attitudine che non porta guadagni e quindi da disprezzare. Ma quando vedo milioni di persone andare in giro per il mondo per ascoltare determinate musiche, o per visitare templi o vedere mostre, capisco che la verità sta nel talento e nella sua espressione. Grazie per avermelo ricordato…

  2. Camilla Viscusi
    Camilla Viscusi

    Stelio grazie a te per le tue osservazioni, sono felice che l’articolo ti abbia ricordato quello che, da quel che scrivi, è già vivo e presente dentro di te.
    E, Giulia, è un augurio meraviglioso quello che mi hai fatto. Lo tengo con me.
    Grazie

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