La Sacra Pipa

Enzo BraschiInformazione, Sciamanesimo1 Commento

Un inverno di tanto tempo fa, mentre si trovavano a caccia, due lakota appartenenti al ramo dei lakota Itazipcho videro avvicinarsi una donna vestita di pelle di daino che portava un involto sulle spalle. La donna era talmente bella che a uno dei due vennero delle strane idee in testa. L’altro tentò di dissuaderlo dai suoi propositi, ma il primo andò ugualmente incontro alla donna. I due furono avvolti da una nube che una volta dissoltasi mostrò a terra le ossa dell’uomo.

La donna disse all’altro che all’indomani avrebbe fatto una visita alla sua tribù. Tornato all’accampamento, il cacciatore raccontò l’accaduto al capo Corno Cavo in Piedi, il quale pensò che doveva trattarsi di una persona sacra e ordinò quindi che per l’occasione venisse eretto un grande tipì da cerimonia. Il giorno seguente la donna, il cui nome era Whope, arrivò all’accampamento come promesso, entrò nel tipì e depose a terra il suo involto dal quale estrasse una pipa e una piccola pietra rotonda.

Alce Nero, “Uomo Sacro” dei lakota Oglala, raccontò al suo biografo che la pipa aveva un fornello di pietra rossa, simbolo della terra, sul quale era scolpito un vitello di bisonte che rappresentava tutti gli animali, e che il lungo cannello di legno rappresentava invece tutto ciò che cresceva sulla terra. Dal cannello, inoltre, pendevano dodici penne di Wanbli Gleshka, l’Aquila Chiazzata, simbolo di tutti gli esseri alati.

La donna spiegò che fumando la pipa tutta la Creazione si sarebbe trovata al suo interno e tutte le preghiere sarebbero salite fino a Wakan Tanka, e che la piccola pietra rotonda rappresentava Madre Terra, e che ogni cosa che avesse vita su di essa andava rispettata perché sacra. A quel punto Whope uscì dalla tenda e si allontanò dall’accampamento, ma prima di sparire si trasformò in un vitello di bisonte rosso e marrone, poi in uno bianco, quindi in uno di colore nero. Whope è anche conosciuta col nome di Ptesan Win, “Donna Bisonte Bianco”. La parola pipa in lingua lakota si dice chanunpa (pr. cianupa).

Nel 1996, durante la mia prima Danza del Sole tra i lakota Minneconjou della Riserva di Cheyenne River (Sud Dakota), trovandomi a parlare col leader spirituale, lo scomparso Sydney Keith, chiesi se sapeva chi fosse la donna che aveva portato la Sacra Pipa ai Lakota.
“Una donna delle stelle” mi rispose, “venuta in terra dal cielo.”

In proposito, la costellazione che i Lakota chiamano Tayamni è la proiezione in cielo del bisonte in terra. Tayamni si presenta con le Pleiadi come testa, le stelle Betelgeuse e Rigel come costole, la cintura di Orione come spina dorsale e Sirio per coda. Il tutto assume la forma di un immenso bisonte celeste. Poiché “Donna Bisonte Bianco” si dice Ptesan Win, dove pte sta per “bisonte”, san per “bianco” e win per “donna”, se ne deduce che Tayamni sia il “bianco bisonte celeste” da cui scese in terra “Donna Bisonte Bianco”. E’ più che evidente quindi che la correlazione tra “Alto” e “Basso” non sia per il Lakota solo un’astrazione, un fatto simbolico.

Leonard Crow Dog, appartenente al ramo dei  lakota Sicangu, racconta: “Il 16 aprile del 1968 fu il più emozionante della mia vita. In quell’occasione mi fu infatti permesso di contemplare, toccare e pregare con la Ptehinchala Huhu Chanunpa, la Pipa  del Vitello di Bisonte. Si tratta della cosa più sacra che noi lakota possediamo, forse dell’oggetto più sacro di tutte le Nazioni Rosse del continente… Alcuni affermano che questa pipa abbia ottocento anni, altri almeno mille. La Pipa era là quando i Lakota ebbero origine, quando la comprensione fu data al genere umano, quando la santa donna attraverso la pipa insegnò alla nostra gente a vivere in modo sacro… In quel giorno del 1968 mi fu concesso da mio padre e dagli altri anziani e dagli uomini spirituali di recarmi a Eagle Butte, dove il sacro involto nel quale è custodita la pipa doveva essere aperto. Ciò succede soltanto in occasioni speciali, forse non più di una volta ogni vent’anni o nell’arco della vita… Eravamo in dodici. Montammo un altare, tenemmo una cerimonia, incensammo l’involto con erba dolce, offrimmo piccoli fagotti di tabacco, stoffe colorate e tabacco Bill Durham. Quindi, verso le cinque di pomeriggio iniziammo a svolgere l’involto. Tremavo e ansimavo, cominciai a piangere. Sentivo il potere uscire dall’involto, un potere così forte che mi spaventava. Avvertivo la presenza degli spiriti. Tutti provavano le mie stesse sensazioni. Dapprima sciogliemmo i legacci consunti che tenevano insieme una vecchia tela dell’esercito, poi di un altro pezzo di tela e di quella che chiamiamo coperta pazza, una stoffa con tanti disegni confusi, e di una vecchia coperta imbottita, di una pelle di bisonte e di una di cervo molto antica. Infine fu la volta di un tessuto commerciale risalente all’epoca della Hudson Bay, e di alcuni materiali di diversi colori che indicavano le direzioni. Così aprimmo l’involto, strato dopo strato. All’interno c’era una palla di qualcosa come ottocento fagottini di tabacco e alcune penne d’aquila talmente vecchie che ne restava quasi soltanto l’anima… C’erano anche due ossa piatte, intagliate come si faceva tanto tempo fa per ricavarne gli attrezzi per maneggiare i carboni ardenti durante le cerimonie. E finalmente apparve la Ptehinchala Huhu Chanunpa… All’interno della casa noi avevamo iniziato a incensare la stanza con la salvia e la sweet grass, l’erba dolce. Eravamo in dodici e ci era stato dato il privilegio di pregare con la Pipa del Vitello e di toccarla. Non potemmo fumarla. E’ troppo vecchia per quello. E’ fragile a causa della sua età, deve essere maneggiata con la più grande cura… Non trovo parole per descrivere il grande potere della Pipa di Vitello. Come la toccai ne sentii il cuore pulsare. Il potere prese a scorrermi lungo le braccia nel momento stesso in cui molto delicatamente la sfiorai. Il potere scorse dentro di me come fossero onde di un oceano. Mi sommergeva. Stavo piangendo. Mi sembrava quasi di essere avvolto da una nuvola nera. Fuori ci fu un tuono e un lampo che illuminò la casa. Tutti avemmo la sensazione che il lampo fosse venuto dall’interno della casa stessa. Udii la Pipa parlare, era la voce di Tunkashila (il Creatore) che diceva: ‘Vi do questa pipa, per la vita, per la buona comprensione’. Le lacrime mi rigavano il volto. Mormorai: ‘Tunkashila, ti udiamo’. Ci sedemmo tutti per un lungo tempo senza compiere un solo movimento, senza dire più una parola… Spesso mi sono arrabbiato, spesso mi sono trovato nei guai. Ma sempre la pipa era lì ad aiutarmi. E’ la sola cosa che non potranno mai toglierci.”.

La parola Chanunpa è l’unione di cha, legno, e di nunpa, due. Il fornello, pahu, rappresenta il mondo, la Creazione, e il cannello, ihupa, è il simbolo dell’Albero della Vita.

Le due parti della pipa vanno sempre tenute separate l’una dall’altra a meno che non la si debba usare per pregare. Inyan sha è il nome in lakota della pietra rossa dalla quale si ricava il fornello. Essa è anche conosciuta come catlinite, dal pittore George Catlin che per primo nel lontano 1837 riferì delle cave dalle quali l’aveva vista estrarre, e si trova soltanto sulla Pipestone Mountain del Minnesota. Il cannello è invece di solito ricavato da un ramo di cedro – albero sacro per i Nativi americani come la salvia, il tabacco, e l’erba dolce. La pietra è per ogni Nativo la sua carne e il suo sangue, il cannello la sua spina dorsale, e il fumo che sale al cielo durante la preghiera, il respiro del Grande Spirito.

Le pipe vengono tenute in apposite custodie, le chantojuha, o “borse del cuore” (ricavate da pelli finemente lavorate con frange, pitture e perline) che contengono anche l’ichasloka, ovvero l’attrezzo per pigiate il tabacco nel fornello. Chanshasha è il nome col quale viene chiamata la mistura che viene fumata all’interno della Pipa. Non è il tabacco che usiamo noi, non contiene nicotina. La chanshasha è una mistura che si ottiene mescolando la corteccia interna dell’albero del corniolo, o del salice rosso, con erbe aromatiche, come ad esempio la chanli ichahiye, o la cosiddetta radice del serpente, un’erba che si ritiene abbia la proprietà di allontanare i serpenti velenosi… e ovviamente con la salvia. Kinnikinnick è la parola che è sempre stata usata per parlare del tabacco degli indiani d’America, ma il termine è originario delle culture nord-orientali e non di quelle delle Grandi Pianure.

Il tabacco è comunque considerato pianta sacra dai Nativi americani, strumento per accedere alle vie del Potere, in quanto piace agli Spiriti quanto la salvia o l’erba dolce. Vi è del potere sacramentale in esso, e il suo aroma, affermano i Nativi americani, ne è la chiara dimostrazione, così come il fatto che il fumo porta in alto le preghiere. Dicono gli Indiani che la Chanunpa e l’uomo vanno insieme, che quando alzata al cielo in preghiera, i due sono un solo canale di trasmissione diretto a Wakan Tanka, un ponte tra il materiale e lo spirituale. Così, quando la si tiene in mano, il fornello della Pipa va tenuto nella mano sinistra, la mano del cuore, e il cannello nella destra, di modo che attraversi il petto di chi la fumerà. Con la Pipa non si può mentire ma dire solo la verità. La si fumerà facendola ruotare in senso orario perché venga offerta alle Quattro Direzioni, quindi verrà fatta passare a chi ci sta vicino. Il fumo non si inala ma va fatto uscire di bocca assieme alla preghiera, essendo la preghiera stessa. Col fumare la Pipa, l’intera Creazione entra nella preghiera assieme a chi la fuma, perché tutto è unito nello stesso respiro. La Pipa è lo Spirito, lo Spirito è nella Pipa.

Sulla cultura dei Nativi americani, per Verdechiaro Ed. Enzo Braschi ha pubblicato: La conoscenza segreta degli Indiani d’America, e Mi chiamo Bisonte Che Corre.

Un Commento su ““La Sacra Pipa”

  1. gabriella zagaglia
    gabriella zagaglia

    E’ bello questo “spaccato” culturale di un popolo così antico e saggio. Mi commuove la passione che Enzo Braschi riesce a trasmettere con tutto l’entusiasmo di chi, sinceramente, si è calato in una realtà che sa di “sacro”, in un mondo in cui la sacralità ha ceduto il posto ad una realtà “profana”. Bella l’immagine di questa “Dea” dalla quale parte tutto il rituale della “chanumpa” portandosi dietro nel tempo il senso della vita. Un grande insegnamento che oggi, trova forse più comprensione, in un’era in cui l’uomo, inizia a percepire veramente la verità. Una verità che lo lega profondamente al cielo , come figlio delle stelle e alla terra, come elemento nutritivo primario. Il ruolo del fumo è molto interessante da questo punto di vista, inteso come veicolo di collegamento tra i due elementi. Complimenti ancora.

    Gabriella Zagaglia

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