La conoscenza segreta degli Indiani d’America – recensione

AgostinoArticoli, RecensioniLascia un Commento

“Non è più in gioco il colore della pelle o la connotazione geografica o quella culturale: gli Heyokas, oggi, sono anche quelli che hanno… già scelto questa strada non in linea con un potere che ci vuole ciechi, sordi e muti”.

Un buon libro è come un buon viaggio. Quando ci si dedica a organizzare l’itinerario di quest’ultimo, si pensa a dove si alloggerà, alla macchina fotografica da portare e agli indumenti adatti. Nel caso di un buon libro, invece, bisognerà scegliere il posto giusto per la lettura, che sia davanti a un camino se si sta passando l’inverno o che sia su un prato se si sta passando la bella stagione. Bisognerà anche scegliere una buona matita o un evidenziatore di un colore che non stoni troppo con l’eleganza dei caratteri Garamond, o addirittura un buon blocco note su cui appuntare i momenti culminanti dello scritto, perché chi fa della lettura esigenza di primaria importanza proprio come il cibo e l’acqua, sa che in ogni scritto ci saranno cose importanti da evidenziare o appuntare.

Nel mio caso, per La Conoscenza Segreta degli Indiani d’America, mi sono servito sia di evidenziatore che di taccuino, perché tanto è il sapere in gioco.
Per fare un esempio, da tempo mi chiedevo se ci fosse modo più genuino di indicare quel continente su cui questi popoli saggi avevano sviluppato le proprie società, quel continente che il buon wasi’ chu (“uomo bianco” in lingua lakota) prese e fece “proprio” al grido di battaglia di una missione per conto di un Dio suprematista e forte di un fantomatico “destino manifesto”. Ebbene sono certo che adesso indicando quel continente con Tamauanchan, termine della tradizione itza, rendo sicuramente più giustizia ai popoli che da sempre di quel continente sono i custodi.

O anche, mi sono reso conto di quanto spesso parliamo usando termini di conio nativo senza rendercene conto: Ohio, che dà nome allo Stato USA confinante col Kentucky, apprendo dal libro di Braschi, nella lingua degli indiani Shawnee viene tradotto con “luogo dell’inizio”, nel senso di iniziazione.

E anche il libro stesso di Braschi, è a tutti gli effetti un percorso iniziatico. Un percorso iniziatico che come ognuno che si definisca tale, è strutturato in modo da far sì che il suo adepto possa dirsi trasformato, migliorato, più sapiente, una volta addentratosi nel cuore della conoscenza fornita. È per questo che Braschi comincia lo scritto parlandoci dei sacri pagliacci, gli heyoka, potenti figure a cui gli “esseri del tuono” i Wakinyan affidavano l’arduo compito di banalizzare la consuetudine della vita agendo in modo del tutto opposto a come soleva la maggioranza, e continua con lo stile di una vera e propria anabasis, una ascesa, passando per la connessione tra i popoli nativi con i “popoli delle stelle” e arrivando, di fatto, alle stelle, a trattare quindi il tema della nostra discendenza dagli dei del cielo, i nostri antenati. Un vero e
proprio percorso dalla terra al cielo, una risalita, come appunto detto.

E in questo senso, l’invito velato a comportarci tutti come contrari, come heyoka, trova tutta la sua saggezza, in quanto sacra è l’investitura fatta dai Wakinyan ai contrari, sacro quindi diventa il monito ad agire e pensare diversamente dall’agire e dal pensare comune.
E per indirizzarci sulla buona strada per fare questo, ci viene in aiuto questa conoscenza segreta che dà titolo al libro. La conoscenza segreta di cui si parla, diventa necessaria alla condizione dell’uomo attuale che ormai da tempo sembra essersi rassegnato al trovare una risposta alle domande “da dove veniamo?” e “dove stiamo andando?”. Una risposta c’è, e arriva dalla conoscenza di popoli che abbiamo non solo ignorato, ma anche soppresso, come ci fa notare Braschi quando parla del processo di consapevole “deculturazione” messo in atto a favore di una sistematica distruzione della sapienza di culture antichissime.

Una risposta c’è, e non è segreta, ma è sotto i nostri occhi da tempo immemore. E farsi forza di questo presupposto, unendolo all’invito sopra citato a pensare altrimenti, diventa l’impostazione vincente per prendere consapevolezza di chi siamo davvero. Ecco allora che, durante la lettura, la mente passa velocemente in rassegna tutto ciò con cui da tempo conviviamo e che non abbiamo mai saputo spiegare
davvero. La grandiosità delle piramidi di Giza, l’incredibile precisione con cui civiltà come quelle dei Sumeri conoscevano il nostro sistema solare, l’ambiguità con cui i greci da un lato costruivano meravigliosi templi rispettando la sezione aurea e compivano prodigi della matematica, e dall’altro ricorrevano a miti non necessari per spiegare la creazione dando vita ad appositi dei, i Theoi, finendo a descrivere la creazione allo stesso modo di tutte le altre civiltà che hanno riportato le loro storie di
come il mondo e l’uomo siano venuti ad essere, convergendo quindi con storie tutte simili. E chissà se lo stesso Zeus non fosse in realtà proprio un Wakinyan, un essere del tuono!

Una risposta c’è, e la risposta è che noi veniamo dalle stelle.
Si può quindi spiegare perché l’uomo sia così intelligente, con capacità mentali così sbalorditive che non riescono a trovare una spiegazione in chiave evoluzionistica, in quanto la nostra intelligenza va ben oltre le sfide che l’ambiente terrestre ci chiede di affrontare. Si può spiegare perché siamo una specie che ha una speranza di vita media così alta rispetto agli altri primate, visto che è ben risaputo tra gli esperti in materia che i nostri antenati non terrestri vivano anche millenni. Si può spiegare perché l’uomo sia l’unico terrestre a esporre una postura eretta, e ancora perché abbia bisogno di coprirsi con vestiti, e abbia bisogno di estensioni che fabbrica per la propria sopravvivenza. E soprattutto, si può spiegare perché l’uomo sia l’unico essere di questa Terra a essere cosciente (per quanto ne sappiamo finora).

Tutto questo si può spiegare perché la verità ce l’abbiamo sotto gli occhi, la verità è che noi veniamo dalle stelle. E il grido d’allarme che ci arriva, lanciato proprio dai popoli indigeni di tutti i continenti e che Braschi riporta nello scritto, è di abbracciare questa verità, per quanto destabilizzante possa sembrare in primo momento, e di tornare sulla via dello spirito e della comunione con la terra, motivo principale della
nostra esistenza in questo astro meraviglioso che chiamiamo Gaia, e che gli Cherokee chiamano Elohi (ricorda qualcosa?).

Non a caso Braschi ci riferisce: “…oggi più che mai preme ai Nativi Americani aprirci con estrema urgenza alle loro tradizioni e metterci al corrente di quanto sta accadendo attorno a noi al presente”. Il grido è quello di esseri umani, ma questo grido trova eco in uno più assordante e autoritario, ovvero le manifestazioni climatiche di cui il nostro pianeta ci sta dando prova. Ovunque ormai cataclismi e
tempeste, nonché terremoti e disastri sono diventati così frequenti da metterci in guardia tutti, da spingerci a domandarci se la Terra non abbia essa stessa una coscienza, da chiederci di cambiare, e subito.

Così, la consapevolezza che si acquisisce con questa nuova conoscenza che riguarda la nostra provenienza da un mondo ultra-terrestre, ci permette letteralmente di guardare il pianeta in cui viviamo
dall’alto, facendoci finalmente accorgere di quanto bello e fragile sia, proprio come quando nel 1966 lo scienziato Stewart Brand, dopo un’esperienza creativa psichedelica, ebbe l’intuizione che fotografare il pianeta Terra dallo spazio avrebbe potuto davvero cambiare il modo di vedere le cose.

La Via Rossa, si dimostra ancora una volta, grazie a questo libro indispensabile per chi ha a cuore i più rilevanti temi esistenziali, una strada che bisogna prendere, al di là di filosofie spicciole volte a farci
assumere atteggiamenti di colpa nei confronti di questi popoli. Hanno la saggezza, e dev’essere interesse di ogni Uomo degno di questo nominativo chiedere, umilmente, di poterne attingere.

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