Da qualche parte, la neve, ha ricominciato a cadere

Camilla ViscusiArticoli, Riflessioni, Spiritualità1 Commento

Le strade delle grandi e piccole città si stanno riempiendo di luci, nastri rossi, blu e dorati, di alberi e altri simboli del ‘Santo Natale’. Come ogni anno non tutti gli addobbi incontrano il gusto di tutti e così le critiche volano nell’aria insieme agli apprezzamenti, entrambi del tutto personali e concessi, poi, sparsi qua e là, ci sono quegli addobbi che, a prescindere dal gusto personale di ognuno, sono obiettivamente brutti, quegli addobbi fatti così tanto per. Oggettivamente deprimenti e anche urtanti sotto certi punti di vista come, ad esempio, gli alberi con più rami secchi che aghi verdi, tre palline attaccate malamente e un misero filo di luci così piccole da non illuminare niente. Che fa, davvero, una strana tristezza a guardarli e spontaneamente porta a chiedersi ‘perché?’ ‘ma chi te lo ha chiesto di fare l’albero? Di addobbare la città?’ Perché se non c’è cura se non c’è spirito di voler creare bellezza, è meglio non fare niente. E, il Natale, ha il grande potere di mettere in evidenza questo come nessun’altra festa. Siamo rimasti a corto, non di bellezza, ma di voglia di crearla. E, a forza di sparare neve finta, per rimediare con pigrizia alla mancanza, ci si è dimenticati di quella vera e in quella dimenticanza si è dissolta l’atmosfera natalizia. Che non è frenesia di cibo e di acquisti ma friccicore e brivido di attesa, di miracolo, di morte, di vita.

Nei discorsi delle persone che ho origliato passeggiando tra i vicoli della città le frasi più comuni per il momento sono state “Tanto ogni anno è sempre peggio.” “A me il Natale non è mai piaciuto.” “Ogni anno non vedo l’ora che passi … questo poi… comunque auguri!” Proseguendo con un respiro profondo per riportarsi in apnea, sperando di rimanerci il più a lungo possibile prima di un altro scambio di auguri. Si fanno le cose per tradizione, con una certa malinconia interiore e buonismo esteriore, a Natale, torniamo tutti indietro da mamma e papà. A quando credevamo a Babbo Natale e adesso, a meno che non ci sia qualcuno a cui raccontare che quel signore vestito di rosso (perché a quanto pare la Coca-Cola ha voluto così) esiste, il Natale, è solo triste perché quest’anno molto probabilmente si dovrà apparecchiare per una o forse due persone in meno perché sono fuori per lavoro o perché vivono in un altro continente visto che, l’Italia, sta andando in pezzi o perché non ci si parla più oppure perché sono morte. E a Natale mancano, di più. Però noi festeggiamo lo stesso questo concetto di -stare- in- famiglia- perché le strade sono addobbate ed è da quando siamo nati che si fa così. Si sta in famiglia e ci si scambiano i regali. E nessuno sa il perché.

Se tra un lato e l’altro del tavolo ci guardassimo un attimo, in silenzio, negli occhi per più di qualche secondo, lo sentiremmo, il disagio di non sapere che cosa ci facciamo seduti lì, a mangiare, pure se dall’antipasto già dicevamo di essere pieni e di non farcela più, esattamente come l’anno prima e quello prima ancora. La sentiremmo quella distanza che non è con i morti ma sta tra i vivi.

Ci piace nasconderci dietro la gioia che provano i bambini, dietro quell’innocente ingenuità che in realtà è voglia, urgenza di credere in qualcosa di invisibile, di impossibile. E che abbiamo avuto anche noi dentro al cuore ma con il tempo ci hanno sparato sopra talmente tanta neve finta da non sapere più dove sia finita e così ci nutriamo del friccicore dei bambini, figli, nipoti, cugini che siano, come vampiri, alimentandolo però con la stessa menzogna che ha avvelenato il nostro pane e la nostra acqua. Procrastinando nella medesima storia marcia dipinta d’ipocrisia, sparando sopra i nuovi nati altra neve finta. Di generazione in generazione.

Siamo noi quegli addobbi deprimenti fatti così tanto per. Presto o tardi ce ne renderemo conto passando per caso davanti a un albero avvilito e spoglio e guardandolo vedremo noi stessi, avviliti e spogli eppure addobbati per le feste. E qualcosa scalcerà nel cuore come un bambino dentro la pancia di una madre e un fremito ci lascerà buttare lì per terra le buste e i pacchettini per correre a cercare il nostro ‘sentire’ che chiede di nascere, a mani vuote e libere. Un giorno ci si romperanno le acque.

Queste lunghe ore di agonia natalizia, in realtà nascondono un grande tesoro e sono preziose per morire. Morire a tante cose, pensieri, modi di essere, modi di dire, illusioni, definizioni, ricordi, ostinazioni, rancori, dolori, amori … morire a se stessi, accettare la grotta, il buio nel centro del mondo. Stare a sentire, ascoltare la voce oltre il frastuono, fare silenzio e diventare il luogo, il tempo ove tutto è possibile. E ritrovare quell’urgenza intima e personale di credere all’invisibile, all’impossibile. Senza rubarla ai bambini nostri o degli altri. E se per farlo sarà necessario spegnere tutte le luci, starsene per un po’ soli, al buio e poi accendere la fiamma di una sola candela, e sia! Perché se a Natale ci avessero raccontato della nascita del Sole e della festa per celebrare il suo viaggio verso l’ombra, prima per morire e poi per rinascere dallo stesso punto, tornare, e portare nuova luce alla Terra e quindi nuovi doni, in semi, che poi saranno piante, foglie, fiori, frutti e vita e bellezza di cui vivere e prendersi cura, forse ci sentiremo, oggi, meno soli e meno lontani da quel bambino nato nell’oscurità di una grotta, venuto al mondo come nuova luce a dire che quella luce, siamo noi. Quella luce sei tu. Che il Natale ha a che vedere con qualcosa che sta proprio dentro di te e che quindi ti riguarda, ti riguarda molto da vicino. E la Terra lo sa. E il Sole lo sa. Il Natale ci parla di Dio e quella malinconia, quel rifiuto, quell’apnea in attesa che passi tutto il più velocemente possibile se in apparenza si legano ai natali passati, alle persone che c’erano e che adesso non ci sono più, a mamma e a papà negli occhi di bambino in realtà tutti questi ‘sintomi natalizi’ parlano di Dio. E questo per noi è un argomento scomodo. Non ne vogliamo parlare, non lo vogliamo sentire. Eppure lo sentiamo. Ma diciamo che è un’altra cosa. Ansia. Per esempio.

A Babbo Natale non crediamo più, in famiglia sorridiamo a denti stretti per limitare i danni, stritoliamo il cane piuttosto che cedere alla voglia di abbracciare nostro padre e avvicinare un po’ il nostro cuore al suo, la storia di Dio e del Figlio di Dio abbiamo deciso che non ci interessa, che mica parla di noi, però, festeggiamo. Non sia mai. Feriti e spaventati, festeggiamo. Che cosa? Non si sa. Festeggiamo per inerzia e per lamento.

Celebrare qualcosa che ci riguarda e ci fonde al Mistero più insondabile che ci porta vigore e novità, che alimenta il fuoco vivo della fede, dell’appartenenza a qualcosa di eterno che parla di e con noi, come potrebbe essere? Celebrarlo insieme avendo negli occhi quella luce, quello stesso punto da cui si viene e dove si va, ognuno con i suoi occhi, modi e passi, ma tutti da e verso ‘lì’ l’origine. Come sarebbe? Portarla negli occhi, indossare il senso, il sacro di ciò che si sta celebrando, della vita che si sta camminando? E non solo a Natale. Come sarebbe allora mangiare insieme e guardarsi seduti allo stesso tavolo? Stare in famiglia, da lì. Nella gioia d’Origine.

Dio è in cerca di se stesso e prima o poi si ri-troverà. Qui, sulla Terra.

Nel frattempo, a Natale scende una luce dal cielo per ognuno di noi, che è una possibilità, un cambio di sguardo, un battito di cuore, un vuoto nel respiro, un brivido di pelle che cerca noi, proprio noi, per un contatto, un ritrovo, un ritorno, un ricordo. E non importa quanti anni passeremo a dire ‘non ci credo’ ‘non lo voglio’ ‘non è vero’ ‘non lo capisco’ ‘ non è giusto’ a chiudere la porta a questa luce che bussa e che all’inizio, può far male, dannatamente male per aprirla invece alla rabbia, alla solitudine, all’illusione, il Sole, compirà il suo viaggio e nascerà ancora Bambino per te. Fino al tuo ultimo respiro. Per te. Dio è il Sole. Dio è la Terra. E la Luna. E le Foglie. E Tu. Non è una messa, non è un’offerta, non è una preghiera, non è un mantra, se Tu non ci sei. E noi, non ci siamo mai. Il Natale ci chiama per essere, per arrivare a noi e dire, finalmente “Adesso fuori tutto e fuori tutti, è una questione fra me e Dio.”

Ci siamo. Forse non ce ne siamo ancora accorti ma, da qualche parte, la neve, ha ricominciato a cadere.

 

 

Un Commento su ““Da qualche parte, la neve, ha ricominciato a cadere”

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    Raffaella Gaudiano

    Grazie per queste parole. A me il Natale piace, mi piace stare in famiglia, fare i regali, agghindarmi per le feste, lamentarmi per il troppo cibo ed essere ancora coccolata da mamma e papà. E mi piace anche vedermela con Dio in persona questa questione che ancora si muore per poi rinascere.

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