Verdechiaro Edizioni https://www.verdechiaro.com Miglioriamo il mondo, un libro alla volta Sat, 09 Nov 2019 10:33:11 +0100 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.3 “La Pietra degli Alchimisti” di Francesco Giacovazzo – recensione https://www.verdechiaro.com/articoli/la-pietra-degli-alchimisti-di-francesco-giacovazzo-recensione/ https://www.verdechiaro.com/articoli/la-pietra-degli-alchimisti-di-francesco-giacovazzo-recensione/#respond Sat, 09 Nov 2019 10:31:20 +0000 https://www.verdechiaro.com/?p=6056 Ancora una volta Francesco Giacovazzo ci stupisce riuscendo a conciliare argomenti molto complessi con una scrittura garbata e scorrevole. Il termine “Alchimia” ha origini antichissime: latino medievale (al-chimia) derivato, a sua volta, dall’arabo (arte della pietra filosofale) e, attraverso il siriaco, dal greco tardo. (Treccani, Vocabolario della Lingua Italiana). Ma tutto ciò non deve spaventare il lettore, perché il protagonista ... Leggi il resto

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Ancora una volta Francesco Giacovazzo ci stupisce riuscendo a conciliare argomenti molto complessi con una scrittura garbata e scorrevole.

Il termine “Alchimia” ha origini antichissime: latino medievale (al-chimia) derivato, a sua volta, dall’arabo (arte della pietra filosofale) e, attraverso il siriaco, dal greco tardo. (Treccani, Vocabolario della Lingua Italiana).

Ma tutto ciò non deve spaventare il lettore, perché il protagonista della nostra storia, Francesco, è un giovane di oggi e vive nella Roma di oggi. Lì incontra Raffaele, uno strano personaggio dotato di capacità misteriose, che sarà la sua guida e cambierà radicalmente la sua visione delle cose. Non pensiamo ad alambicchi e laboratori segreti, non siamo in un film: l’Officina Alchemica di Francesco sarà Francesco stesso.

Il primo passo che va fatto è quello della consapevolezza del momento, il “qui e ora” di chiunque, nei secoli, abbia intrapreso un percorso di conoscenza. Infatti, se non sei radicato nel momento presente la tua mente vaga incerta.

Per percorso di conoscenza non s’intende il cumulo gigantesco di cose sapute che ci permettono di accaparrarci tutti i premi Nobel disponibili, ma il viaggio verso il sé più profondo. Quel sé che si pone come spettatore delle proprie emozioni, delle sovrastrutture mentali, dei pensieri positivi e negativi che navigano intorno a noi e che recepiamo attraverso le “antenne” del nostro cervello.

Raffaele, nella sua singolarità, mi ricorda certi Lama che non esitano a prendere a schiaffi i loro allievi o al sottoporli a fantasiose punizioni pur di condurli sulla via dell’Illuminazione. Ma quest’ultima la si raggiunge da soli, nessuno può fare il lavoro al nostro posto. Sempre rimanendo nell’ambito del percorso personale, il passo successivo è la comprensione del fatto che siamo energia e che questa energia si materializza nella nostra anatomia.

La tappa ulteriore deve essere necessariamente quella della PNEI, ovvero Psiconeuroendocrinoimmunologia. Una parolona difficile da spiegare anche perché, alle sue origini, c’è una ricerca scientifica immensa e faticosa. In termini elementari: ogni organo, ogni particella del nostro corpo, anche la più minuscola, dialoga con tutto il resto ed è pervasa da un pensiero. Il pensiero fondamentale verso il quale tutti dovremmo convergere è quello dell’autoconsapevolezza.

Francesco Giacovazzo è sul cammino giusto e gli auguro di raggiungere la sua meta.

Grazie

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Il vicolo buio https://www.verdechiaro.com/articoli/il-vicolo-buio/ https://www.verdechiaro.com/articoli/il-vicolo-buio/#respond Mon, 14 Oct 2019 10:01:09 +0000 https://www.verdechiaro.com/?p=6040 Un ubriaco esce da un bordello di periferia gettando una sigaretta in una pozzanghera. Dà calci ad un barattolo, non ha più lacrime e non può fare a meno di pensare ancora a Lei. Nessuna donna la può sostituire, Lei è ancora la Regina del suo cuore, della sua mente ed è ancora la padrona dei suoi desideri anche se ... Leggi il resto

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Un ubriaco esce da un bordello di periferia gettando una sigaretta in una pozzanghera. Dà calci ad un barattolo, non ha più lacrime e non può fare a meno di pensare ancora a Lei.

Nessuna donna la può sostituire, Lei è ancora la Regina del suo cuore, della sua mente ed è ancora la padrona dei suoi desideri anche se ella stessa gli si era prostrata ai suoi piedi.

Notte senza luna, inciampa, barcolla ed infine cade. Con le mani cerca un appiglio per rialzarsi e mentre graffia l’asfalto, qualcosa preme sotto il suo palmo. Un sasso? Sta quasi per gettarlo, poi cambia idea e lo infila nella tasca della giacca.

Cammina tutta la notte con la mano nella tasca e mentre quel sasso rotola fra le sue dita, pone mille e più domande al fato, al destino, alla sorte e ad un Dio immaginario…

Maledetto il giorno che, per orgoglio, ti ho lasciata andare. Maledetto il giorno in cui non ti dissi che eri mia, che ti avrei protetta, amata. Maledetta la mia arroganza…

Così, sera dopo sera, si aggirava tra i canali di Venezia, tra il teatro di maschere di dame e villani.

Così, sera dopo sera, accarezzava quel sasso come fosse la pelle candida, morbida e vellutata della Donna perduta.

Un anno dopo si ritrovò a passare per caso, in quel vicolo. Una notte senza luna. Estrasse dalla tasca quel sasso e si accorse di avere fra le mani una piccola, minuscola Perla.

Ponendola di fronte a lui, alzando le braccia, sembrava una piccola luna. Una luna sorridente. Quel sorriso lenì il suo dolore.

Giorno dopo giorno il dolore divenne ricordo ed il ricordo un sorriso.

Era tornato felice. Si fece la barba, si tagliò i capelli, si profumò e si vestì a festa. Saltellando, uscì di casa ed un Amore era pronto ad accoglierlo.

La giacca dismessa venne gettata, la Perla rotolò via per i vicoli bui e si incrostò nuovamente. I passanti diedero calci a quel piccolo sasso nero ed il caso volle che finì di nuovo nel vicolo fuori al bordello ad aspettare un ubriaco deluso dall’amore per illuminare il suo cammino.

Quanti vicoli bui attraversiamo lungo il cammino della vita. Quante delusioni proviamo.

Quante Perle incontriamo senza accorgerci del loro dono: un semplice sorriso d’amore! …ed io ho imparato ad essere una Perla…

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Il Canto della Shakti https://www.verdechiaro.com/articoli/il-canto-della-shakti/ https://www.verdechiaro.com/articoli/il-canto-della-shakti/#comments Thu, 03 Oct 2019 14:04:40 +0000 https://www.verdechiaro.com/?p=6016 L’energia femminile ha un suono d’oblio che nasce da viscere di silenzio e di moti profondi E quando trabocca sale e sale e sale… Sale non solo il corpo, LEI sale il vuoto È una voce antica, una luce che si irradia e increspa la superficie dell’aria. È prima un respiro poi, un grido che se si fa umido di ... Leggi il resto

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L’energia femminile ha un suono d’oblio che nasce da viscere di silenzio e di moti profondi

E quando trabocca sale

e sale

e sale…

Sale non solo il corpo, LEI sale il vuoto

È una voce antica, una luce che si irradia e increspa la superficie dell’aria.

È prima un respiro poi, un grido che se si fa umido di libertà

allora è canto.

Lo stesso che dalla cima delle montagne si sporge verso il cielo, un Canto che conoscono le aquile

Un Canto di Ventre e di Spirito

il Canto della Shakti.

Questo Canto è dentro di me, dentro il mio corpo.

È una questione di cellule, di spazio tra le ossa e di respiro.

Quando mi ha preso la voce e l’ha resa irriconoscibile

Mi ha trasformata in un’onda d’acqua fatta di musica e di carne.

Il mio Canto seguiva o anticipava gli altri Canti

Delle altre Donne presenti fisicamente nella stanza insieme a me

Ed è stata una sensazione di intima forza universale

Eravamo la stessa vibrazione, la stessa origine

Ridotte all’essenza

Un grembo di Donne

Prima ancora del piacere c’è l’appartenenza

Si va tutte nelle stesso luogo e si viene tutte dallo stesso luogo che è un respiro di vagina.

Il respiro della vagina è fuoco liquido

Acqua invisibile, aria fluente

Terra vibrante

Qualcosa che non si riesce a descrivere perché diverso da tutto

Ma che la donna riconosce come la lupa riconosce l’ululato del proprio branco

E allora va, comincia la corsa e ulula a sua volta

Un Canto ne stimola un altro e allarga fisicamente il campo del respiro.

Ci si sente irriverenti, gioiose, potenti

ci si sente cosce e ruscelli nei seni

Il femminile così aulico, se tocca terra è succoso, scivola lento e morbido

ricco come il miele

C’erano gli uomini e l’hanno visto – il femminile – l’hanno tenuto tra le mani e nell’iride degli occhi

Hanno presenziato gli incontri delle loro donne, ne hanno incitato e vegliato il richiamo

Si sono stupiti, stancati, incantati e sentiti diversi e onorati.

Ho visto più di un uomo aprire il proprio spazio all’ignoto

L’ho visto riflettersi negli oggetti scelti con cura nei giorni precedenti perché con quelli avrebbe detto di sé

L’ho visto invitare una donna dentro il proprio essere con dolcezza e un fermo rispetto

L’ho visto cercare la bellezza e crearla partendo da se stesso con il semplice intento di mostrarla per condividerla, perché da questa potesse accogliere, ospitare.

Ho visto uomini e donne venirsi incontro nonostante il buio, fare un passo e ritrovarsi con la pelle

Sulla pelle di uno sconosciuto

Nel coraggio e nel perdono.

E, ho sentito che non ci sono uomini e donne da corteggiare, da cui pretendere o mettere alla prova

Ci sono invece Uomini e Donne da EVOCARE.

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La realtà è solo un’interpretazione https://www.verdechiaro.com/articoli/la-realta-e-solo-uninterpretazione/ https://www.verdechiaro.com/articoli/la-realta-e-solo-uninterpretazione/#respond Sat, 28 Sep 2019 07:01:34 +0000 https://www.verdechiaro.com/?p=6005 “Mamma…ma Babbo Natale esiste?” “Certo, fino a quando tu ci crederai.” Aveva sette anni mia figlia quando mi chiese ciò e questa risposta in quel momento le bastò, non mi domandò altro. Ricordo che da quella volta, trascorse qualche anno ancora finché l’omone dalla barba bianca smise definitivamente di passare per lasciare doni sotto l’albero di lei e quindi di ... Leggi il resto

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Mamma…ma Babbo Natale esiste?”

Certo, fino a quando tu ci crederai.”

Aveva sette anni mia figlia quando mi chiese ciò e questa risposta in quel momento le bastò, non mi domandò altro. Ricordo che da quella volta, trascorse qualche anno ancora finché l’omone dalla barba bianca smise definitivamente di passare per lasciare doni sotto l’albero di lei e quindi di tutti gli altri bimbi del mondo nella notte del 24 dicembre.

Tempo fa stavo scrivendo seduta al computer ed ascoltando musica, ma poi ho alzato gli occhi rivolgendo lo sguardo oltre i vetri della finestra situata ad un paio di metri da me. Il cielo era particolarmente nuvoloso, ma non completamente coperto e lasciava la possibilità al sole di manifestarsi a momenti con tutta la sua luminosità, per poi ritrarsi e uscire di nuovo, alternandosi con un ritmo molto lento, in similitudine con l’andamento delle nubi mentre andavano tutte verso la stessa direzione.

Musica e cielo pareva si muovessero con identico ritmo in magica sinergia, quasi a sembrare la medesima cosa. Come fossero le nuvole a produrre i suoni o, viceversa, ad essere sospinte dall’armonia. L’albero più vicino ai miei occhi aveva i rami che danzavano carichi di foglioline verdi vibranti ed il movimento di queste era più veloce di quello delle nubi, sicuramente in sintonia con il motivo interpretato dal suono dei flauti, le cui note volteggiavano tra quelle più lente degli altri strumenti che le accompagnavano.

Note che salivano nello stesso momento in cui altre scendevano, che giravano intorno ad alcune, che si susseguivano velocemente saltellando sopra quelle ferme, che si interrompevano per dar spazio alle altre e si rituffavano dentro all’unisono per poi divaricarsi nuovamente, come i rami dell’albero. E mi chiedevo se era il movimento di questi ultimi a suonare o se era la musica a sostenerne la loro danza, tanta era la sensazione che ciò che vedevo fosse in profonda relazione con quel che ascoltavo.

Notai un gabbiano volteggiare oltre la chioma arborea, prima dei palazzi che superano la piazza, quelli che nascondono totalmente la visuale del mare. Si spostava anch’esso in accordo con la musica. A tratti, quando muoveva le ali, viaggiava allo stesso ritmo dei rami; quando invece le teneva ferme e distese, planava lentamente in sincronia con l’andamento del cielo. Poi scomparve ai miei occhi uscendo dai confini del vetro della finestra, anche se poco dopo era di nuovo lì ad attraversare lo spazio dirigendosi dal basso verso l’alto, per poi riandare via, tornare di nuovo ed uscire ancora una volta dalla mia visuale.

E nuovamente mi chiedevo, come per i rami e per le nubi, se fosse lui a creare la musica o se invece quest’ultima accompagnasse il suo volo sospingendolo con il suono. E, ancora, se tutto fosse dentro di me o io lì fuori, tanto era forte il sentirmi in armonia con ciò che vedevo e che ascoltavo perdendomi dolcemente in quel benessere ove semplicemente mi sentivo cielo, musica, gabbiano, albero.

Cosa era vero di tutto ciò?

Uscendo frequentemente nel pomeriggio dalla scuola de Le Cinciallegre, qualche anno fa, trovavo il tragitto più lungo della mia giornata, quello che mi riconduceva a casa, e lo attraversavo prestando attenzione ad ogni suono che sentivo. Soprattutto a primavera inoltrata, la discesa alberata era un concerto di uccelli e fruscii di vento leggero tra i rami. Potevo anche ascoltare i miei passi su quella stradina un po’ asfaltata ed un po’ interrotta dalle radici alla base dei tronchi che fuoriuscivano creando dossi, crepe, buche, sbriciolamento di asfalto, brecciolino e terra. Allora le scarpe che calpestavano ora parti più lisce, ora parti più sconnesse, propagavano i suoni più svariati e, quando era il pietrisco minuto a vibrare sotto le suole, provavo all’ascolto una sensazione talmente intensa e piacevole, che mi sembrava entrasse anche per il naso fino in gola e dentro l’esofago, quasi a percepirne il sapore polveroso. Ed uscita dal grande cancello mi immergevo nei suoni della città.

La chiesa di S. Paolo puntualmente a quell’ora attivava la sua campana accompagnando il traffico intenso dei mezzi di locomozione sulle strade, dove ogni automobile ha il proprio caratteristico rumore, che varia di timbro e di intensità anche a seconda che stia partendo lentamente o passando velocemente. Il suono delle sirene dei veicoli per le emergenze, invece, sovrastava su quello dei motori degli autobus alimentando il frastuono generale.

Sovente mi divertivo a focalizzare un’unica sensazione acustica nella moltitudine quasi a non sentire altro che quella, come la voce di un passante in conversazione, o le risa di un bambino oppure il suo pianto, l’abbaiare di un cagnolino al guinzaglio, il fischio di qualcuno, lo stereo di una macchina con i finestrini aperti, le parole in dialetto e quelle in lingue a me sconosciute (Roma ne offre di tutte le nazioni del mondo) o la metropolitana, quella che al passaggio fa tremare la strada, i piedi ed i cui suoni cambiano e sono diversi a seconda del punto di ascolto in cui ti trovi.

Talvolta a quel tempo, in questo tragitto, mi divertivo facendo un gioco ed una sensazione bellissima, incredibile e magica si impadroniva di me: mettevo gli auricolari collegati ad un lettore musicale e tutto cambiava in un istante. Ascoltando un brano strumentale rilassante e distensivo, ciò che mi era intorno ed in perpetuo movimento, improvvisamente scorreva senza audio in un chiassoso silenzio, mentre la melodia che mi entrava intensamente dentro, era in profondo contrasto con i ritmi esterni più veloci. Mi sembrava di camminare a dieci centimetri sopra terra e quel che accadeva apparentemente al di fuori di me, appariva quasi irreale. Questo era talmente coinvolgente che dopo un po’ non riuscivo più a controllarne l’esatta dimensione, al punto di confondere l’andamento delle due parti, quello del mio corpo e quello di tutto ciò che mi circondava.

Bastava però cambiare musica per stravolgere di nuovo ogni cosa, come ad esempio una canzone gioiosa dai ritmi più veloci, che mi faceva sentire immediatamente molto allegra e con un’energia addosso che non è certo quella che si ha verso la fine della giornata! Tutta la gente a quel punto pareva avere la mia stessa vitalità, il mondo mi sorrideva ed io ad esso. Mi ci sentivo dentro mentre vi camminavo, con una gran voglia di accoglierlo e con l’entusiasmo di chi lo ama così com’è.

Se invece si trattava di una musica dolce e magari anche lievemente malinconica, lo stesso scenario tornava a muoversi più lentamente e mi rendeva capace di cogliere la poesia nei volti e nelle azioni della gente, nei colori delle cose e nel movimento dell’aria percepito con il volteggiare delle foglie tra i rami, con la danza del polline dei platani o con il volo di qualche foglio di giornale inizialmente dimenticato sulle panchine e trascinato dal venticello.

Ma quale di questi scenari era quello reale?

Tempo fa mi è capitato di constatare che certe situazioni opprimenti che vivevo si fossero ad un certo punto assottigliate per merito di alcuni cambiamenti che credevo oggettivi, cioè intervenuti al di fuori di me, lasciandomi dolcemente pervasa da profonda leggerezza. Con uno sguardo più attento però, mi sono accorta che era soltanto mutato il mio modo di vedere le cose in quel contesto e la mia relazione con esse. Improvvisamente, e quindi solo in conseguenza di ciò, non erano più le stesse, come se quelle di prima fossero sparite tirandosi dietro tutta la pesantezza che mi aveva fatto soffrire tanto a lungo.

E allora cos’è la realtà, soltanto l’interpretazione di quel che vedo e che sento?

Ma se esiste unicamente in questa misura, ognuno ha la propria e può mutare in qualsiasi momento quando cambia la nostra lettura, magari influenzata da emozioni eccessive e dall’ego o, diversamente, quando questi ultimi non prevalgono su di noi, più serena. Di sicuro però mai giusta o sbagliata, ma semplicemente quello che è: un’interpretazione, ed è in questa realtà che scorre la nostra vita.

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Il metodo Very Fast Natural Cooking https://www.verdechiaro.com/articoli/il-metodo-very-fast-natural-cooking/ https://www.verdechiaro.com/articoli/il-metodo-very-fast-natural-cooking/#respond Fri, 13 Sep 2019 07:10:56 +0000 https://www.verdechiaro.com/?p=5980 I tempi che stiamo vivendo, sarete d’accordo con me, sono particolarmente impegnativi; molte persone sono alla ricerca di significati diversi, alla ricerca di equilibrio, alla ricerca del proprio centro o del benessere. È come se la nostra anima, ora più che mai, cercasse di entrare in contatto con noi. Ma i nostri corpi sembrano essere ingovernabili: la mente è in ... Leggi il resto

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I tempi che stiamo vivendo, sarete d’accordo con me, sono particolarmente impegnativi; molte persone sono alla ricerca di significati diversi, alla ricerca di equilibrio, alla ricerca del proprio centro o del benessere. È come se la nostra anima, ora più che mai, cercasse di entrare in contatto con noi. Ma i nostri corpi sembrano essere ingovernabili: la mente è in continuo chiacchiericcio con un fiume di pensieri diarroici, il corpo emotivo è quasi sempre in balia di emozioni inferiori, mentre il corpo fisico è tormentato da disturbi più o meno seri.

Secondo la mia esperienza, un modo efficace per cominciare a mettere un po’ d’ordine in noi è quello di creare ordine nella nostra cucina, nella nostra alimentazione; mi sembra ovvio che se ci sentiamo meglio fisicamente sarà più facile entrare in contatto con la parte più profonda di noi stessi.

Bisogna cominciare ad osservare con impegno le nostre abitudini e ci renderemo conto facilmente che non siamo noi a decidere, ma che seguiamo la corrente delle abitudini di tutto il resto delle persone. Se tutta la gente si comporta in un certo modo si forma come una corrente energetica che rende inevitabile fare le loro stesse cose ed è quindi molto impegnativo comportarsi diversamente.

Non sono qui per dirvi che sia facile cambiare le vostre abitudini alimentari; uno dei miei insegnanti, Lino Stanchich, mi disse una volta: “Caro ragazzo, per una persona è più facile cambiare moglie o marito, cambiare posto di lavoro, casa e città in cui vivere piuttosto che cambiare alimentazione!

Lino ha assolutamente ragione: modificare le proprie abitudini alimentari è veramente impegnativo. E perché?  Ci sono ragioni che riguardano la sfera dei nostri tre corpi: a livello mentale abbiamo convinzioni riguardo, ad esempio, a ciò che pensiamo sia più adatto al nostro organismo, e scalzare certe convinzioni – le chiamerei fissazioni – è impresa ardua. A livello emotivo ci sono attaccamenti morbosi ai cibi che abbiamo mangiato nell’infanzia e adolescenza, generalmente i cibi e le pietanze che ci ha dato nostra madre. A livello fisico siamo abituati a certi gusti e non vogliamo cambiarli, e inoltre, visto che siamo costruiti letteralmente con ciò che mangiamo, quando ad esempio sostituiamo le proteine animali con le vegetali, nel primo periodo, quando cioè il materiale vecchio viene sostituito dal nuovo, il corpo fa una grande resistenza perché vorrebbe mantenere lo “status quo”. Insomma, è veramente impegnativo cambiare modo di alimentarsi, ma quello che posso però garantirvi è che mi sforzo da molti anni di praticare e insegnare un modo migliore di mangiare e spesso i miei allievi ottengono risultati soddisfacenti e duraturi. Quelli fra loro maggiormente motivati e dotati di maggior forza di volontà ce la fanno. Sono sempre molto chiaro su questo punto perché non voglio creare false speranze.

Altrettanto chiaro sia che il mio non è un metodo per imparare una serie di ricette: io voglio aiutare le persone a cambiare il loro approccio interiore con la cucina e insegnare a cucinare con passione, creatività e amore. La parte teorica del sistema che insegno a volte può sembrare piuttosto mentale ma in realtà, una volta che si memorizzano alcuni elementi, in seguito potranno essere abbandonati e sarà possibile cucinare seguendo l’istinto. Una cosa è cuocere gli alimenti, un’altra cosa è cucinarli con attenzione e consapevolezza.

Come organizzare la vostra cucina

Questo articolo dedicato all’alimentazione non segue i criteri che s’insegnano alla prova del cuoco o altri programmi simili; con la televisione imparate solo ad eseguire delle ricette, io invece voglio soprattutto che impariate a cucinare. È necessario che impariate a considerare la cucina un luogo dove prendersi cura di sé; nel percorso evolutivo la qualità del cibo che assumiamo ogni giorno è veramente di grande importanza, ma non ce ne possiamo accorgere fino a che non iniziamo a focalizzare la nostra attenzione sull’argomento. Ora vi esporrò alcuni principi fondamentali su cui si basa il metodo da me codificato e cioè il Very Fast Natural Cooking. È un sistema che ho ideato e sperimentato per lungo tempo dopo aver osservato con attenzione le esigenze di coloro che vivono in città e in genere non dispongono di molto tempo per cucinare. Si tratta di un metodo semplice che vi consentirà in breve di risparmiare soldi e migliorare le vostre condizioni di salute preparando pasti semplici, gustosi e leggeri in poco tempo. Avrete la piacevole consapevolezza interiore che state facendo il bene vostro e dei vostri familiari, consentendo a tutti di sviluppare il potenziale evolutivo seguendo un regime alimentare equilibrato che mette tutti d’accordo.

Il metodo Very Fast Natural Cooking è veramente semplice e rivoluzionario e vi metterà in grado di trasformare la vostra cucina in una sorta di laboratorio artistico in cui dare finalmente spazio alla vostra creatività. Io credo che le ricette di cucina siano la “morte” del vostro estro; abbiate il coraggio di abbandonare la scontatezza e la ripetitività di cose come ingredienti da pesare, minuti di cottura da controllare…etc.

Ma riuscite a immaginarvi Van Gogh che prima di lavorare alla sua tela, decide quante pennellate di giallo utilizzare per i suoi stupendi e celeberrimi girasoli, o quanti grammi di colore a olio?!?

Alcuni anni fa, facendo un lucido bilancio del mio lavoro e del suo impatto sugli allievi, mi sono reso conto che in un’epoca caratterizzata da una vita frenetica e carica d’impegni, avendo a che fare con persone stanche, svogliate e demotivate ma comunque ancora interessate al proprio benessere, se veramente volevo essere d’aiuto, avrei dovuto a tutti costi trovare il modo di venire incontro alle loro esigenze. E fu così che dopo uno studio meditato a lungo arrivò finalmente l’ispirazione che mi consentì di codificare un metodo semplice che fosse alla portata di tutti.

I requisiti che il sistema Very Fast Natural Cooking soddisfa sono: economicità, velocità e facilità, bontà, salubrità, metter tutti d’accordo.

Economicità: cucinare in modo naturale col tempo vi farà risparmiare dei soldi; ad esempio posso garantirvi che la maggioranza di voi mangia molto di più di quanto abbia realmente bisogno; masticando con cura vi basterà molto meno cibo. Ma spenderete meno di prima, nonostante acquistiate cibi biologici, anche perché le spese mediche, sia come visite che come medicinali, si ridurranno drasticamente e comprerete meno carne, formaggi e vino, alimenti piuttosto costosi. Il cibo biologico è economico: è il cibo spazzatura industriale che costa così poco da far sembrare caro quello bio. Economicità vuol dire poter preparare un pasto equilibrato e completo dal punto di vista nutrizionale spendendo poco e non sprecando nulla.

Velocità e facilità: il metodo che insegno vi permetterà di cucinare semplicemente e velocemente perché imparerete delle strategie che vi condurranno ad organizzare bene la vostra cucina e il tempo che dedicate al cucinare. Velocità in cucina è per me sinonimo non di fretta, ma di semplicità e praticità. Significa che la persona può riuscire ad ottenere presenza e lucidità per organizzare al meglio ogni fase della preparazione del pasto.

Bontà e Salubrità: coniugare il terzo ed il quarto aspetto è considerato da molti molto difficile, perché pensano che se una cosa è buona fa male alla salute, mentre se fa bene avrà in genere un gusto poco gradevole. In realtà scoprirete che è abbastanza facile preparare piatti che siano allo stesso tempo sani e gustosi. Bontà significa riuscire ad organizzare un pasto notevolmente gustoso sapendo dosare con maestria il sale e gli altri condimenti, utilizzando stili di cottura intelligenti e variati, e portare in tavola un piatto che si presenta anche bello per gli occhi, dal profumo invitante e che contenga in sé tutti i gusti necessari, come il dolce, il salato, l’amaro, il piccante e l’acido. Salubrità vuol dire un pasto sano, leggero e nutriente. È forse il requisito più difficile da soddisfare se si desidera che il cibo sia anche saporito. In realtà basta mettersi in cucina pensando che la preparazione del pasto non sia solo una responsabilità, ma anche un’importante e piacevole privilegio. Se quando cucino immagino di farlo come se a pranzo arrivasse un principe, un santo o i quattro evangelisti, ecco che per miracolo tutto funzionerà a meraviglia, e il clima di sacralità che si viene a creare sarà proprio quello che consentirà di essere guidati nella preparazione di un pasto veramente buono, energizzante e costruito sulle reali necessità di chi lo consuma. Nella nostra grande limitatezza siamo portati a pensare che il sacro esista soltanto in chiesa durante le cerimonie religiose, mentre invece è necessario recuperare la capacità di vedere lo spirito di Dio in ogni azione quotidiana, specialmente nella preparazione del nostro cibo, che tanto ha poi a che fare col creare una condizione fisica, emotiva e mentale che ci consentirà di dare il meglio di noi stessi nella vita di tutti i giorni.

Anche l’ultimo aspetto, il metter tutti d’accordo, desta la preoccupazione di molte persone, soprattutto quelle che non vivono da sole e che si occupano di cucinare per gli altri. In genere coloro che cambiano alimentazione sbagliano drammaticamente l’approccio che hanno per la propria dieta e per quella dei familiari e questo porta inevitabilmente a crearsi una sorta di ghetto, una netta separazione tra voi e i vostri cari e anche a preparare due diversi pasti, con grande fatica da parte vostra. Con il metodo Very Fast Natural Cooking questo problema sarà facilmente superato perché le pietanze che preparerete per voi saranno così squisite che tutti in famiglia le apprezzeranno.

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Il bacio di me https://www.verdechiaro.com/articoli/il-bacio-di-me/ https://www.verdechiaro.com/articoli/il-bacio-di-me/#respond Fri, 13 Sep 2019 07:00:11 +0000 https://www.verdechiaro.com/?p=5955 Il sole è alto e al mare si sta bene. Soffia il vento ogni tanto e distende le labbra di goduria, solleva un po’ il mento così che la fronte arrivi su, chiude gli occhi e la brezza si affusola sulla pelle più sottile delle palpebre, un po’ come fanno i gatti quando scivolano tra i polpacci, al vento piace ... Leggi il resto

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Il sole è alto e al mare si sta bene. Soffia il vento ogni tanto e distende le labbra di goduria, solleva un po’ il mento così che la fronte arrivi su, chiude gli occhi e la brezza si affusola sulla pelle più sottile delle palpebre, un po’ come fanno i gatti quando scivolano tra i polpacci, al vento piace come quando in mare aperto gonfia le vele; le narici si allargano e lo fanno per lasciare un po’ da soli il respiro e il cuore.

L’acqua chiama i piedi che attraversano la sabbia bollente pur di arrivarci, sostando nell’ombra degli ombrelloni sparsi tra le file avanti alla tua nello stabilimento costoso ma convenzionato.

Il fuoco sotto i piedi fa male ma porta la vita, il fremito che spinge ad andare, la voglia di arrivare e di rispondere al mare che ha cominciato a chiamare.

L’acqua è innocente, limpida, delicata tutta intorno alle caviglie. L’acqua è profonda, meno innocente, e di un blu intenso e irruento con intorno tutto l’orizzonte. Hai passeggiato sulla riva prima verso il porto, poi verso la collina, al largo, più in fondo nella pancia del mare, ti sei immersa, hai mangiato e hai bevuto provando un forte senso di gratitudine, hai steso il corpo insieme ai pensieri sotto i raggi caldi e con le gocce d’acqua fresca sopra la carne dorata e affamata di luce. Hai riso, hai letto le morbide pagine di un libro, ti sei divertita e hai comunicato nel silenzio con te, con il cielo, la sabbia, il mare senza accorgertene lasciandoti fare.

Poi è successo che la sera, vestita bella e truccata appena, sostando sulla terrazza del bel paese ti sei sporta appena e hai visto il mare, lo stesso di stamattina. File interminabili di sdraio e lettini vuoti, materassini liberi e silenti poggiati nell’ombra, i giochi dei bambini che dormono tutti dentro sacche a rete legate strette agli ombrelloni, formine di lumache e di stelle seminate sulla riva e tu riesci a sentire le voci di tutta la giornata appena trascorsa, i piedi, le mani, i ritmi delle altre persone.

Sono immagini e suoni stonati, stridenti che piano piano lasciano la spiaggia e si allontanano dal mare. È l’invisibile di tutto il visibile che si è mosso durante l’intera giornata e che adesso si raccoglie. Ci sono anche i tuoi respiri lì, i tuoi passi, il fuoco sotto i piedi, la goduria del vento sul viso… insieme al pianto assordante del bambino, alle urla ancor più disperate della madre, alla pazienza della nonna che non riesce a star dietro ai nipoti per le povere ossa, ai ragazzi che giocano a calcio e bestemmiano Dio per quanto sono bravi, alla famiglia che bracca e compra da ogni venditore ambulante… in mezzo agli “usi e costumi” della società ci sei anche tu, con un approccio meno burino, meno intellettuale, meno atletico, meno estivo e forse più spirituale ma comunque ci sei anche tu con il tuo approccio.

E qui, adesso, mentre il mare e la sabbia e il cielo e lo spazio in mezzo si spogliano, non fanno differenza per nessuno. Dondolano d’amore e basta. Un po’ ti rode che l’ologramma della donna che butta la cicca sulla spiaggia venga raccolto al pari del tuo che butti la bottiglia nell’apposito secchio per la plastica alla fine della spiaggia, vero?

Non lo capisci. E ti direi di rilassarti perché tanto non lo capirai mai. Piuttosto guarda questo spettacolo meraviglioso: il mare che torna nudo. I luoghi lo fanno: si spogliano degli avvenimenti e c’è una pace incredibile in questo, tu la stai guardando e ti stai ri-appacificando. I luoghi sono molte cose per molte creature non solo per gli esseri umani, anzi sono tutte le cose per tutte le creature. La montagna non è la stessa nella giornata di una farfalla e nella giornata di un orso cambia tutto da creatura a creatura, da essere umano a essere umano e i luoghi si offrono e rispondono ad ogni visione. Quando poi tutti dormono e nessuna vita li vede, vien fuori la loro.

Vuota di proiezione.

Così poi ricominciano sempre nuovi, una rinascita eterna e una speranza di mille e una notte. La memoria di tutte le storie è più in alto altrimenti ci sarebbero stati troppi strati leggeri o pesanti poggiati qui sulla terra, sulle acque dolci e salate, sulle cortecce e cime d’alberi… per questo qui la vita sa rinascere. Fisicamente. Sempre.

Resta però una vibrazione che non ha occhi, non ha zampe, non ha nome, non ha una storia. Il mare che si spoglia di te, torna a sé, alla vibrazione, al bacio di sé.

E sporta da quella terrazza, riesci a vederlo, a percepire qualcosa che vibra di origine e che ti suggerisce di fare lo stesso. Puoi spogliarti del mare, delle chiacchiere sulla riva, della partita di calcio giocata a metà spiaggia, dei mozziconi di sigaretta, del libro morbido, della bottiglia di plastica nel secchio, di chi credi di essere, di tuo fratello che assomiglia sempre di più a tuo padre, delle cose che sei brava a fare, delle decisioni che non avresti mai avuto la forza di prendere, degli errori commessi, delle certezze infrante, della forma dei tuoi piedi… puoi lasciare che tutto si raccolga e venga via da te, insieme alla tua storia e alla storia del tuo mondo e, ecco, ora anche il mare ti vede, ci sei, vibri.

È come mettersi l’uno di fronte all’altro, allinearsi, intonarsi senza niente e nessuno che faccia da tramite e senza giochi di prospettive. Si è in linea di suono, di vibrazione, di armonia.

Questo occorre.

Facciamo l’esempio che scoppi un grande incendio, per mano di uomini senza scrupoli e dai vani interessi e che questo porti alla morte di tanti alberi, piante e animali. Allora molti altri uomini e donne si fanno prendere dal pianto, dall’indignazione, dall’impotenza, dalla suggestione, dal senso di colpa e senso di fine, ma dalla voglia di fare comunque qualcosa e di corsa perché il mondo muore.

Supponiamo che ci sia un sistema tecnologico per cui le informazioni sono divulgate in tempo praticamente reale da e per ogni parte del mondo, da chiunque e per chiunque; e che in queste divulgazioni ci siano i pensieri e gli stati d’animo del pensare comune che prima ancora di essere del singolo è già di un gruppo di persone e ce ne sono tanti e diversi. Qui si è nella frenesia della spiaggia in un’infinità di proiezioni di sé e di altre mille storie, da qui anche il mio buttare la bottiglia di plastica nel cesto apposito potrebbe non essere diverso dal gesto della signora che lascia la sigaretta nella sabbia, se non sono consapevole di dove sto, se mi sento diverso dagli altri, se lo faccio per senso di colpa, paura o da incosciente di tutto ciò.

Mi muovo nel caos e agisco nel caos per suggestione, infantilità. Per muovere una guerra contro i cattivi e non per Amore, che è una cosa data per scontata, ma che è invece molto più difficile. La terra conosce, non è una vittima e in tutte le sue scelte di grande forza e umiltà offre la Possibilità.

Si ha tanta voglia di agire insieme, ma prima ancora di questo si potrebbe trovare il modo di guardare la terra negli occhi e di farsi guardare negli occhi, trovare il modo di spogliarci, di lasciarci raccogliere, di sentirci di fronte a Dio, nudi, senza colpa e senza il peso di dover salvare il mondo ma solo per correre il rischio di poter sentire vibrare qualcosa che somigli al dire ad alta voce: “Eccomi, sono felice di essere qui”, tutto vero e tutto intero.

Molte cose e molte persone da quando nasciamo ci accompagnano verso la morte, ma nel momento in cui accadrà saremo soli, spogli di tutto, solo noi di fronte a Dio, questa sensazione possiamo averla adesso in vita, guardando la terra, guardando negli occhi di uno sconosciuto o nei nostri, guardando alberi, onde, nuvole e animali. Perché è un momento magico, di confine e che sta avvenendo con i piedi ancora sulla terra.

È una cosa grande. Tornare a sé, alla vibrazione, al bacio di sé e una volta lì si conoscerà esattamente cosa ci è chiesto di fare per partecipare al miracolo, da soli e insieme.

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“La Donna che iniziò a cantare” di Krisztina Nemeth – recensione https://www.verdechiaro.com/articoli/la-donna-che-inizio-a-cantare-di-krisztina-nemeth-recensione/ https://www.verdechiaro.com/articoli/la-donna-che-inizio-a-cantare-di-krisztina-nemeth-recensione/#respond Mon, 09 Sep 2019 08:53:29 +0000 https://www.verdechiaro.com/?p=5970 La lettura del libro di Krisztina Nemeth mi ha richiamato alla mente altre letture del mio passato relative all’uso del canto come evocatore di pace, induttore di uno stato di trance e modificatore dello stato della natura. Prima fra tutte: Budda, la mente e la scienza della felicità; scritta dal Lama Yongey Mingyur Rinpoche, in cui si parla anche del ... Leggi il resto

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La lettura del libro di Krisztina Nemeth mi ha richiamato alla mente altre letture del mio passato relative all’uso del canto come evocatore di pace, induttore di uno stato di trance e modificatore dello stato della natura.

Prima fra tutte: Budda, la mente e la scienza della felicità; scritta dal Lama Yongey Mingyur Rinpoche, in cui si parla anche del mantra chiamandolo “vecchio amico”.

Il “più elementare di tutti”, l’OM AH HUM sul quale non mi sembra il caso di dilungarmi perché tantissimo è stato già scritto da persone molto più qualificate di me, ma mi piace sottolineare come si inviti le persone a recitarlo ad alta voce per poi passare molto gradualmente ad una recitazione mentale.

E chi, come me, ha avuto la fortuna di ascoltare dei Lama riuniti nella recitazione dello stesso, quell’OM appare come un canto primordiale, una vibrazione che non si limita a modificare la tensione delle nostre membrane timpaniche, ma scende molto più in profondità fino a mettersi in risonanza con il nostro DNA, e ciò è stato scientificamente dimostrato.

Molto si è scritto anche sulla musica occidentale, basti pensare a Mozart, in questo caso è il canto degli strumenti che accende i neuroni e, si dice, stimola le nostre facoltà intellettive superiori.

Ma si potrebbe continuare anche con il canto dei monaci e delle monache occidentali, evocatore di pace e di sentimenti elevati.

Ecco, credo che il libro e soprattutto la vita di Krisztina Nemeth percorra questa via già indicata da altri.

È una donna baciata dalla fortuna di possedere una voce adatta al canto lirico e noi, che viviamo nel Paese del “bel canto”, sappiamo che questi sono doni rari da mettere a frutto. La signora Nemeth non soltanto ha fatto della sua voce un lavoro ma anche un dono per gli altri, uno strumento di guarigione.

Nel romanzo la protagonista viene invitata a fare di se stessa un canale di guarigione attraverso le frequenze della sua voce. Qui di seguito un brano: “Le esperienze degli Esseri Umani sono differenti, e quindi anche ciò di cui hanno bisogno lo è. Ma in primis noi vogliamo risvegliare le anime, scuoterle e bombardarle dalle fondamenta…

Non è un discorso privo di fondamento, in psicoterapia esiste la logoterapia inventata dallo psichiatra Victor Frankl, sopravvissuto al lager. La parola è innanzitutto suono, il canto è suono e qualunque mezzo amorevole che aiuti a diminuire la sofferenza umana è il benvenuto.

Non a caso il libro porta come sottotitolo: Dialogo con la speranza.

Vi invito a leggere il libro della signora Nemeth concludendo con la frase che troverete sul suo sito internet che cito: “La sua evoluzione interiore, la ricerca del suono e le frequenze come potenziali strumento di guarigione sono in continua crescita” (krisztinanemeth.it)

Grazie

Laura Naselli

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Fatti piena, fatti profonda, fatti una, fatti nuova https://www.verdechiaro.com/articoli/fatti-piena-fatti-profonda-fatti-una-fatti-nuova/ https://www.verdechiaro.com/articoli/fatti-piena-fatti-profonda-fatti-una-fatti-nuova/#respond Tue, 27 Aug 2019 09:32:55 +0000 https://www.verdechiaro.com/?p=5947 Deve cadere tutto. E non pensava, pure se lo diceva, che “tutto” volesse davvero dire “TUTTO”. Quando se ne accorse non aveva più niente. Tranne la verità, frantumata anch’essa, e tagliente e sanguinante, frammenti di tutta quanta una vita sognata e vissuta, andata in pezzi. Gli specchi sono finiti, non c’è più nemmeno un riflesso. “Dove ti trovi adesso?” le ... Leggi il resto

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Deve cadere tutto.

E non pensava, pure se lo diceva, che “tutto” volesse davvero dire “TUTTO”.

Quando se ne accorse non aveva più niente.

Tranne la verità, frantumata anch’essa, e tagliente e sanguinante, frammenti di tutta quanta una vita sognata e vissuta, andata in pezzi.

Gli specchi sono finiti, non c’è più nemmeno un riflesso.

“Dove ti trovi adesso?” le ho chiesto, “Dove ti vedi?” Non sta in piedi più niente che ti restituisca un’immagine di te.

“Chi sei?”

“Non lo so, non mi vedo”

“Non è vero. Chiudi gli occhi, fai passare il respiro in mezzo al vuoto di tutto questo vetro, non avvicinare i pezzi infranti ma unisci i piccoli spazi di vuoto tra di loro. Fatti piena, fatti profonda, fatti una, fatti nuova”.

Non credere di avere paura, continua a respirare. Tutto quello che avevi paura di rompere è stato rotto e la paura muore di fame. È solo il suo ricordo quello che senti, in realtà non c’è in te in questo momento, perciò non interromperti, respira. E lascia che niente ritorni al proprio posto. Sii disposta. E disponibile all’errore, alla mossa goffa che continua a far cadere cristalli di illusione.

Chiudi gli occhi ancora di più e guarda l’altro modo che si ha di vedersi. Non ti stai di fronte, ti stai addosso. Non sei riflessa da nessuna parte, sei la realtà di te. E scorrendoti sopra puoi vederti la nuca, i capelli, gli occhi, il naso… da dentro a fuori, da fuori a dentro, da sopra a sotto, senza che tu esca da te, senza che tu proietti te. Conosci le tue spalle, la linea lunga e morbida del braccio che porta fin dentro le mani, conosci le tue dita… è l’energia calda e viva che ti permette questo. Su ogni lineamento del viso e margine di schiena e sponda di pelle sta emergendo dalle cellule la tua forma originaria e una potente memoria viene rilasciata dalle ossa. Prendila!

Non ti serve la fretta, ti serve la forza per stare in mezzo al niente. Questo “niente” intorno a te libero nella sua massima espressione elettrica e magnetica, prende spazio e campo e per contro desterà il suo polo apposto, lo sentirai aggregarsi e prendere la carica di un magnete dentro di te, anche lui libero in spazio e campo quel polo sarà il “tutto” attivo e sveglio all’interno di te, sarà una scarica elettrica perenne, un fuoco dritto e preciso di calda luce che come un lampo continuo ti illumina il corpo.

Lo hai sempre avuto, ma era intermittente e segmentato in zone piccole, remote e chiuse. Adesso è tutto rotto, è tutto aperto e la carica si espande!

Ascende la Vergine e dalla Luna cade acqua di guarigione, è un incontro in cui riconoscerti e incoronarti.

Io resto qui, ancora, a guidarti.

Sii abbondante e prospera!

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Eclissi di Luna https://www.verdechiaro.com/articoli/eclissi-di-luna/ https://www.verdechiaro.com/articoli/eclissi-di-luna/#respond Tue, 16 Jul 2019 10:15:05 +0000 https://www.verdechiaro.com/?p=5917 Tu non vuoi piangere. Tu vuoi scuoterti. Tu non vuoi rannicchiarti in un angolo nell’elemosina di un abbraccio, tu vuoi metterti in piedi e sentirti più alta e massiccia che mai, aprire le braccia spalancare le mani fino a sentire la pelle dei palmi tirare, spingere in avanti il petto e sporgere il cuore al limite dell’epidermide e sbatterlo in ... Leggi il resto

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Tu non vuoi piangere. Tu vuoi scuoterti.

Tu non vuoi rannicchiarti in un angolo nell’elemosina di un abbraccio, tu vuoi metterti in piedi e sentirti più alta e massiccia che mai, aprire le braccia spalancare le mani fino a sentire la pelle dei palmi tirare, spingere in avanti il petto e sporgere il cuore al limite dell’epidermide e sbatterlo in faccia alla tempesta.

Aggressiva, disposta, aperta!

La tempesta è un fiore che il giorno in cui, a sorpresa, ti aveva detto sarebbe sbocciato in tutta la sua bellezza, si è invece fatto trovare morto e tu ci sei rimasta male, la tempesta è l’imprevisto che ti sottrae il cavallo su cui eri in sella e ti fa ricominciare da capo, la tempesta è non veder realizzato niente se non le tue paure più grandi. E tu che fai, ti rannicchi e piangi? Piuttosto urla e mostrami le fauci.

Tu non vuoi piangere, tu vuoi urlare il tuo diritto alla libertà. Il mondo chiede la tua voce e non la chiede stando in silenzio, attento a non far rumore così che possa sentirti farfugliare sottovoce, lui sarà frastuono e tempesta e putiferio e boato e caos da far male per quanto assordante… così che tu non abbia scelta: la tua voce deve essere più forte.

La tempesta arriverà, per molti è già arrivata e se mi è permesso di portare un consiglio è perché i tempi che corrono sono tempi importanti; la terra proietterà la sua ombra su di me e ci sarà anche la tua, conoscerò i tuoi demoni, il mio specchio darà loro un riflesso e anche tu conoscerai i tuoi, li vedrai.

Sarà il caos, le emozioni erutteranno dalle superfici come vapori incandescenti e sarò io, la Luna, a vegliare su tutto questo. Così ascoltami e quando sarà il momento ricorda: non è la tempesta il tuo bersaglio! Non perdere frecce inutilmente, non scagliarti contro il fiore che è morto, non puoi farci nulla, sta pronta piuttosto a cogliere la forza che in risposta a questo evento vuole chiuderti e buttarti in un angolo impaurita, piccola e arrabbiata. Perché sarà questo il bersaglio. La tempesta si vede, questa “forza” di cui ti parlo, no. È invisibile ma reale. Hai la tua occasione per vederla, generare un fuoco mai acceso prima e infuocare la tua freccia. Il bersaglio non è affrontare la tempesta, aspettare che passi, attraversarla o lasciarsi attraversare, no, questa volta il vero bersaglio è aprire le braccia! Mari e fiumi e venti mettono a disposizione le loro correnti, appoggiati a loro, lasciati spingere da questo soffio lascia che ti accada l’impossibile. Vengono fuori i “demoni” della terra, dell’umanità, dei tuoi figli, fratelli, amanti, madri, padri, sorelle… ma non sarà questa la verità, sarà solo un riflesso, ognuno compirà le proprie scelte ed edificherà se stesso, farà male ma tu resta in piedi e apriti.

È necessario crescere, ed essere Grandi.

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“Tè bancha” di Alberto Beltrame – recensione https://www.verdechiaro.com/articoli/recensioni/te-bancha-di-alberto-beltrame-recensione/ https://www.verdechiaro.com/articoli/recensioni/te-bancha-di-alberto-beltrame-recensione/#respond Fri, 12 Jul 2019 10:05:01 +0000 https://www.verdechiaro.com/?p=5914 La trama è semplice, per certi versi scontata. Niente peripezie giudiziarie, nessun cadavere da identificare, assenza totale di dettagli erotici o di sfumature variamente colorate. Una lettura veloce, molto scorrevole e, soprattutto, un ottimo uso della lingua italiana. Eppure questo breve romanzo ti conquista dalla prima all’ultima pagina e il motivo è presto detto: ti fa riflettere. Di storie sui ... Leggi il resto

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La trama è semplice, per certi versi scontata. Niente peripezie giudiziarie, nessun cadavere da identificare, assenza totale di dettagli erotici o di sfumature variamente colorate. Una lettura veloce, molto scorrevole e, soprattutto, un ottimo uso della lingua italiana. Eppure questo breve romanzo ti conquista dalla prima all’ultima pagina e il motivo è presto detto: ti fa riflettere.

Di storie sui viaggi alla ricerca di se stessi ne sono state scritte e lette a bizzeffe, certo, e chi è amante di questo genere può trovare in Tè bancha, di Alberto Beltrame, un nuovo pezzetto da aggiungere al complicato mosaico della consapevolezza oppure, molto più prosaicamente, ha un altro libro da riporre sullo scaffale dedicato al genere “letture spirituali”. Il libro, però, proprio per la sua scarna essenzialità consente anche a chi preferisce altri generi di letteratura di fermarsi un istante e di pensare.

I protagonisti principali sono due fratelli e, come spesso accade, non si potrebbero immaginare due persone più diverse. I due condividono una buona parte del loro patrimonio genetico e la loro famiglia di origine, ma per il resto ciascuno dei due ha seguito strade diametralmente opposte.

Il primo, Giovanni, è ben radicato in questo mondo, si è dedicato tutta la vita al dovere che l’azienda di famiglia gli ha imposto rimanendo nel solco della tradizione e fabbricando successo e denaro. Tommaso, invece, è partito alla ricerca del suo talento, il “daimon” e questo gli si manifesterà in tempi e modi che lascio al Lettore il piacere di scoprire.

Alla fine del romanzo mi sono chiesta quanto di Giovanni e di Tommaso ci sia nei miei sessantadue anni di esistenza terrena: ma forse questa vita non basterà a darmi una risposta. Leggete Tè bancha e ponetevi la stessa domanda e poi rimanete in ascolto. Potrebbe rivelarsi un’avventura molto interessante.

Grazie

Laura Naselli

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